Robotica

Se comunicare può sembrare una questione banale, in cui è naturale sentirsi padroni della situazione ed essere in grado di stabilire come andranno i rapporti con il nostro interlocutore, per una persona autistica non è così, a causa della difficoltà nell’entrare in contatto con gli altri. Tra gli strumenti in grado di andare incontro ai bisogni di prevedibilità, concretezza e stabilità, sta riscontrando risultati positivi e una sempre maggiore diffusione la robotica.
All’interno dello spettro autistico le persone non sono in grado di adottare una modalità flessibile di pensare, di monitorare e programmare pensiero e azione. L’organizzazione e la percezione dell’esperienza sono ostacolate dal disturbo neuropsicologico di base, che non permetterebbe di concepire l’esperienza e il flusso di informazioni come coerenti, strutturati e orientati a uno scopo.
Gli elementi che facilitano l’utilizzo della robotica tra gli autistici sono: l’uso prevalente del canale visuo-spaziale, l’uso di un linguaggio strutturato, prevedibile e privo di elementi emotivi e, infine, la possibilità di adattare lo strumento all’utente.
Il canale comunicativo visuo-spaziale va incontro a un bisogno sensoriale del target autistico, dovuto al deficit di coerenza centrale: sembrerebbe, infatti, che sia il canale visivo quello utilizzato prevalentemente dalle persone autistiche, che lo privilegiano, rispetto a quello uditivo, durante l’apprendimento. (1)
Il linguaggio informatico risponde al deficit della teoria della mente. Si tratta infatti di un linguaggio strutturato e, per questo, prevedibile. La sua chiarezza è legata anche alla mancanza di elementi emotivi o sottointesi, che possano interferire con la comprensione da parte di persone autistiche.
La robotica, avvicinandosi al linguaggio e al funzionamento cognitivo tipici dell’autismo, è in grado di agevolare i processi attentivi e di rafforzare l’autostima e l’autoefficacia, attraverso l’uso costante di feedback che funzionano da rinforzo. Inoltre, la robotica offre un ambiente protetto, in cui l’ansia da prestazione e da esposizione è ridotta al minimo e comunque più facilmente controllabile. Le funzioni esecutive e, più in generale, il benessere psicologico degli individui ne trarrebbe notevoli vantaggi.

1 State of Mind

Il pensiero computazionale:
“Per pensiero computazionale si intende un processo mentale che consente di risolvere problemi di varia natura seguendo metodi e strumenti specifici.” (2)
In altre parole, il pensiero computazionale è un processo logico-creativo che consente di scomporre un problema complesso in diverse parti, più gestibili se affrontate una per volta. Trovando una soluzione a ciascuna di esse è possibile risolvere il problema generale. Questa abilità andrebbe sviluppata fin dalla più tenera età.
La robotica aiuta a sviluppare il pensiero computazionale e il problem solving perché “costringe”a ragionare e a risolvere un problema. La correzione dell’errore (debug) diventa automatica, come anche la visione dell’obiettivo finale.
I bambini con autismo riescono a focalizzare più facilmente l’attenzione sul robot, senza essere distratti da segnali difficili da decifrare. Forse anche per questo, tendono a dirigere lo sguardo verso il robot per circa il doppio del tempo rispetto a quanto non facciano con un interlocutore umano. In più, i comportamenti ripetitivi come il battito delle mani, segno di disagio e ansia, si verificano in media tre volte in meno quando l’interazione avviene col robot e non con un umano. (3) Il robot diventa lo “strumento di aggancio comunicativo” tra l’educatore e il bambino e tra il genitore e il bambino. La terapia assistita da robot va intesa come aumentativa rispetto a quella umana tradizionale.
L’Intelligenza Artificiale in combinazione con la robotica può infatti essere utilizzata come strumento educativo e terapeutico per stimolare la cognizione e sviluppare il pensiero computazionale.

2 Jeannette Wing – 2006

3 LuxAI, spinoff dell’Università del Lussemburgo, ideatrice di QTrobot

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